Nei miei romanzi Lucifero cammina dalla parte della conoscenza. Porta domande, apre varchi, invita allo sguardo laterale. La sua figura vive come archetipo del pensiero libero, della curiosità, del coraggio di attraversare il confine imposto.
Lucifero rappresenta chi offre il frutto della consapevolezza. Chi suggerisce all’essere umano una possibilità diversa: pensare, scegliere, sperimentare. In questa narrazione il gesto appare come atto evolutivo, come passaggio dall’obbedienza all’autonomia.
La figura di Dio, così come viene raccontata dalla Chiesa, assume nei miei romanzi un ruolo diverso. Diventa simbolo dell’ordine rigido, della verità unica, della struttura che protegge se stessa. Una divinità che chiede sottomissione, che ama il silenzio più della domanda, che preferisce fedeli allineati a menti accese.
La Chiesa ha usato questo Dio come strumento narrativo potente. Un padre severo funziona meglio di un principio impersonale. La paura educa più velocemente della responsabilità. Il premio promesso nell’aldilà rende docile il presente. Così il sacro diventa gerarchia e il mistero si trasforma in regolamento.
Nei miei romanzi questa dinamica emerge con ironia. Il bene veste i panni del dubbio. Il male indossa quelli del controllo. Le parti si ribaltano e mostrano la loro natura simbolica. Ogni personaggio diventa specchio di una scelta interiore.
Lucifero, allora, appare come colui che accende la scintilla. Dio come colui che desidera conservarla immobile. Uno spinge verso l’evoluzione. L’altro verso la stabilità.
Forse queste storie parlano di divinità.
Forse parlano solo di esseri umani e del modo in cui scelgono di usare il pensiero.
